Il genio della lampada o il desiderio nell’uccello?

Ci imbarazza non poco propinarvi queste teorie, che il nostro autore enuncia con una certa volgarità. Ma amiamo la verità, proprio perché ogni volta che cerchiamo di afferrarla essa si scosta da noi, come un’amante birichina. Puttanella che non sei altro.

Seguire i desideri. Possibile che questo enunciato disneyano tanto melenso nasconda la chiave esoterica per la conoscenza di sé? Altro che i fottuti misteri eleusini… il sogno dell’uccello mi dice che sono sulla strada giusta, con la mia teoria. Molti ci sono arrivati per vie diverse, è come in quelle scoperte (o riscoperte) e invenzioni dove convergono studi indipendenti. Non mi interessa come fanno gli altri, devo trovare un metodo mio. Come sempre, smonto e rimonto. Devo percepire nella cosiddetta “realtà” più di quanto non mi sia permesso di percepire, più di quanto non voglia l’odierno e becero “realismo”. Non che questa urgenza non venga percepita anche da chi si professa “realista”: vogliono un “ritorno al reale” perché percepiscono quanto tutto sia diventato fittizio, quanto tutto sia un bel simulacro.

Un momento, fermi. Perché l’autore dice che il sogno dell’uccello è un indizio a suo favore?

E tu chi saresti?

Chi siete voi, piuttosto? Pensavo foste stati ormai asportati chirurgicamente.

Caro lettore, non sappiamo di cosa parli costui.

Invece sì. Io sono il risultato dell’operazione DEATH ON TWO LEGS.

Oh per favore, non ricominciamo con le citazioni dei Queen tanto care al nostro autore…

Va bene, ma spiegatemi cosa c’entra il sogno dell’uccello con la teoria del desiderio.

Ok, fategli vedere quel vecchio quaderno sconcio.

Ah! Si divertiva coi pornazzi fatti in casa, l’amico! Ma è roba da adolescenti… anche se… cosa sono queste annotazioni?

genio-aladdin Continua a leggere

The bell that rings inside your mind

In quei giorni, Storeg si fabbricava dei fumetti pornografici in casa, copiando le pose da quelli necrofiliaci di Magnus e da Dragon Ball X, quando si accorse che doveva molto del suo percorso al leader della band più esoterica della storia del rock. Esatto, parliamo dei Queen. Riportiamo questi appunti, presi dall’autore in parte al disegno di un’orgia di lesbiche munite di strap-on.

70 anni fa nasceva Freddie Mercury, messaggero degli Dèi.

Ecco alcuni suoi insegnamenti iniziatici, in frammenti eraclitoridei.

[12 Diels-Kranz ]
IS THIS THE REAL LIFE? IS THIS JUST FANTASY?
CAUGHT IN A LANDSLIDE
NO ESCAPE FROM REALITY.
OPEN YOUR EYES, LOOK UP TO THE SKIES AND SEE…

THE BELL THAT RINGS INSIDE YOUR MIND IS CHALLENGING THE DOORS OF TIME

[49a Diels-Kranz ]
I WANT TO BREAK FREE (GOD KNOWS, GOT TO MAKE IT ON MY OWN)

THIS RAGE THAT LASTS A THOUSAND YEAR WILL SOON BE DONE

[ 91 Diels-Kranz ]
YOU CAN BE ANYTHING YOU WANT TO BE
JUST TURN YOUTSELF INTO ANYTHING YOU THINK THAT YOU COULD EVER BE […]
SURRENDER YOUR EGO, BE FREE… TO YOURSELF

IS THIS A KIND OF MAGIC

[90 Diels-Kranz ] PAIN IS SO CLOSE TO PLEASURE

THERE CAN BE ONLY ONE

[30 Diels-Kranz ]
WHO WANTS TO LIVE FOREVER, WHEN LOVE MUST DIE?

THIS FLAME THAT BURNS INSIDE OF ME

[31 Diels-Kranz ] IS THIS THE WORLD WE CREATED?

I’M HEARING SECRET HARMONIES

[1 Diels-Kranz ] THERE MUST BE MORE TO LIFE THAN THIS…

THIS RAGE THAT LAST A THOUSAND YEAR

[2 Diels-Kranz ]
TROUGH THE SORROW ALL TROUGH OUR SPLENDOR
DON’T TAKE OFFENCE AT MY INNUENDO.

WILL SOON BE DONE

Morte su due gambe (un sogno veritiero)

Tra gli appunti di Storeg troviamo sempre singolari coincidenze provenienti dai suoi sogni. Soprattutto quelli indotti dall’incubazione iniziatica descritta nel Kaloagalmathos. Una di esse riguarda la morte, parola temuta dai “molti”, poiché essi non sanno ciò di cui parlano. Non la conoscono.

Tutto parte con questo appunto

HOKMAH, come accedervi?

Subito sotto, è registrato un

Sogno del due settembre 2016 (c.ca 5.00 A.M.)

e questa figura

Simurgh Continua a leggere

Outcast e la mutazione umana

In un altro dei suoi (innumerevoli) romanzi incompiuti, dal titolo De Umbris Idearum, il nostro autore parla di una mutazione/possessione che modifica le persone dall’interno, pur proveniendo da un altrove non-identificato. Quest’idea si ritrova in tante narrazioni, a partire dai fumetti tanto amati da Storeg, quelli dei supereroi. Gli X-Men, ad esempio: non si capisce se sono una nuova specie (homo superior) oppure una serie di possibili diramazioni che potrebbero portare a una nuova specie, come si lascia intendere anche nella conclusione del ciclo di storie di Grant Morrison.

Siete avvertiti: leggete se non ve ne fotte degli spoiler. Continua a leggere

Death on two legs

morte

Meno ventiquattro.

Il tempo intacca la sua anima, come lo sgocciolio del rubinetto su un pezzo di ghiaccio. Questa potrebbe essere la condizione di ogni essere umano, certo. Ma per lui quest’ansia è più vera, pressante, onnipresente. Lei è arrivata nel suo quartiere, disseminandolo di lettere. Una ad una, come foglie d’autunno, le persone che hanno ricevuto il suo avvertimento sono cadute. Spesso non è stata lei a finirle, ma il logorio dell’attesa. Non del tutto esatto: qualcuna si è salvata. Tuttavia è impossibile capire le regole del gioco e anticiparla. La salvezza dipende da fattori aleatori. Alcuni sono morti anche prima dello scadere del termine.

Lo stillicidio, a questo punto del gioco, è doppio. Prima c’è l’attesa per la lettera (può essere che questa non arrivi, per me? No, arriva per tutti. È il corso delle cose…). Poi, ricevuto l’avvertimento, una falsa speranza (magari mi salvo, alcuni, pochi, ce l’hanno fatta…). E i secondi diventano ere geologiche.

Lui è alla seconda fase del gioco. Cosa fare nelle restanti ventiquattro ore?

Per prima cosa occorre tornare alle origini. Perché lei lo sta reclamando? Così, decide di redigere un diario per il tempo che gli resta.

“La ricordo.

Era solo una fiamma che vagava tra i ghiacci, ondeggiava sopra la neve come lo spirito di una lanterna. Poi vidi gli occhi, due insetti lucenti, verdi. Si sarebbe detto un mostro. Ma lo era nel senso più profondo della parola.

Un prodigio.

Fu solo la pelle candida che non mi permise, all’inizio, di distinguerla dalla neve. Poi si avvicinò, e man mano scorsi delle parti fulve sul suo corpo. I capezzoli, il pube, le efelidi.

Mi piaceva osservarla di notte. Perché splendeva. Glielo dissi.

– Ti piace guardarmi di notte perché è da essa che provieni – mi rispose.

– Tutti proveniamo da essa – le dissi a mia volta.

– Ma tu la adori. Desideri il suo tepore, la notte dormi con il plaid tirato fin sopra la testa per respirare l’oscurità.

Io rimasi zitto. Lei sorrise, era maliziosa e innocente allo stesso tempo.

Si girò dandomi la schiena, si mise gattoni e poggiò la testa sulle braccia, piegandosi in modo da offrirsi totalmente inerte a me.

– Avanti, fallo – sussurrò.”

Per scrivere queste quattro righe impiega alcune ore. Tutto qui quello che ricorda? Non basta a spiegare nulla.

Meno ventuno.

Prende un martello e colpisce l’orologio a muro. Scaraventa la clessidra sul pavimento e getta l’orologio da polso dalla finestra. Toglie dal display del cellulare l’ora, poi lo infila in un cassetto, sotto una pila di fogli. Adesso nulla può intaccarlo.

I primi a cadere furono quelli che ignorarono gli annunci di morte. Erano uomini e donne, vecchi e giovani, di svariate professioni. Un giorno queste persone trovarono una piccola lettera, con una striscia nera all’angolo, sullo zerbino dell’entrata. Alcuni trasalirono (Mi è morto un parente e non lo sapevo?), altri lo trovarono ridicolo. Leggendo il contenuto della lettera, alcuni si spaventarono, altri tirarono un sospiro di sollievo (Che scherzo stupido!), altri ancora chiamarono la polizia. Non c’era motivo perché dovessero ricevere minacce (Di solito queste lettere arrivano a persone più importanti di voi, spiegò un carabiniere), per cui le forze dell’ordine fecero spallucce.

E della gente morì.

La cosa buffa era che alcuni morivano per incidenti assurdi, del tutto improbabili, altri morirono per cause naturali (ictus o infarto, uno addirittura a causa di una malattia congenita fulminante, un altro ancora morì di peritonite!) e solo pochi furono uccisi (una vecchia investita sulle strisce pedonali, un ragazzo aggredito da un gruppo di naziskin). Insomma, ordinaria amministrazione. Quelle lettere dovevano essere una semplice coincidenza (qualcuno parlò di premonizione, da usare come nel film Minority Report).

La seconda ondata di lettere generò un altro tipo di reazione. Alcuni cercarono di mettere ordine nella propria vita prima che fosse troppo tardi, altri fecero i conti con tutto ciò che avevano lasciato da parte. C’era chi si dedicò a portare a termine un progetto a lungo rimandato, e chi decise di scrivere le proprie riflessioni filosofiche su vita, morte e scorrere del tempo in ventiquattr’ore. Ci fu anche chi se ne fregò, la maggior parte di loro, in verità.

Morirono tutti entro ventiquattro ore dalla consegna, come i precedenti.

Meno diciotto.

Lui fa parte del diciottesimo gruppo. Dopo così tante morti, nessuno pensa più si tratti di uno scherzo. Allo stesso tempo ha la vaga speranza di potersela cavare, ma non ha certo l’illusione di trarre consigli utili da chi si è salvato. Non c’è un comportamento giusto da seguire, a nulla valgono le azioni verso gli altri o verso se stessi. Le regole sono incomprensibili, ammesso che esistano.

“Quella notte mi aveva detto

– Non siamo venuti qui per me. È a te che piace questa notte interminabile. Ti senti al sicuro, nessuno può vedere come sei realmente, di notte. Sfondo e figura si mescolano, il nero non si distingue dal nero.

Avevo cercato di ucciderla, strangolandola, nuda com’era.

Ero debole, mi era scappata.

Nuda. Nella neve. Anche lei era come me, ma in negativo. Candida nel bianco dei ghiacci.

Una fine orribile.”

Meno quindici.

Va a vedere un film.

Un film basato su una leggenda Inuit: un ragazzo sfugge al proprio omicidio scappando nudo, tra i ghiacci.

Poi torna, e si vendica.

Non ha senso, deve trattarsi di una coincidenza. Ma in questa faccenda delle lettere, degli annunci di morte, le coincidenze non esistono. Questo film è stato proiettato perché il suo messaggio lo raggiungesse. È stata lei a organizzare tutto, l’ha fatto solo per lui.

Se tutto questo, tutte le incessanti settimane in attesa di una lettera di morte che s’illudeva di non ricevere, è solo un gioco messo in piedi per lui, allora può paradossalmente tirare un sospiro di sollievo. Sa già come si concluderà.

Glielo ha detto lei, facendogli vedere quel film.

Meno dodici.

Qualche ora dopo non è più così sicuro. Com’è possibile che per arrivare a lui siano state uccise tutte quelle persone? E se fosse solo un’impressione data da un angusto punto di vista umano, troppo umano? Probabilmente si sono tutti illusi che ci fosse un piano, dietro, quando la realtà è che non esiste un “dietro”, un “oltre”. Si tratta solo di una spiegazione a posteriori, del tipo «era logico dovesse andare così, e infatti…», come a dire che tutto presupponeva che sarebbe finita in quel modo.

Lo stesso sta capitando a lui: ora che ha trovato uno scopo, è tutto chiaro.

Il finale del gioco spiega ogni cosa, perché è logico: una vendetta, per quanto fredda e lenta, deve concludersi in modo dolce. Deve concludersi con una morte.

Fa un sogno in cui si risveglia.

Un dottore lo accoglie con un sorriso, gli chiede come si sente. Lui dice di essere confuso, ma forse è l’anestesia.

Il dottore gli spiega che cosa non va in lui. A quanto pare, gli dice il dottore, soffre di una malattia inguaribile. Che malattia?, chiede al medico.

La vita, gli risponde, lei ha troppa vita in sé.

Come a dire che ho un tumore (strano, pensa poi al risveglio, questo sogno è troppo razionale).

Come a dire, fa il dottore, che lei ha un teratoma nel lobo frontale.

Quanto mi rimane?

Circa nove ore di vita.

Si sveglia.

Meno nove.

Si tocca la fronte. È bollente. Eppure quando misura la febbre, ha solo 36,4.

Uno scherzo ben congegnato. Qualcuno, o forse un gruppo di persone, si è organizzato raccogliendo più informazioni possibili su un certo numero di individui. In base alle loro frequentazioni, ai precedenti, allo stato di salute fisica e/o mentale è riuscito a redigere una lista di persone prossime alla morte. Per quanto altamente improbabile, scartate tutte le ipotesi impossibili, questa poteva essere vera. Eppure anche l’ipotesi della vendetta aveva lo stesso grado di probabilità, e anzi sembrava più plausibile. Un lunghissimo conto alla rovescia organizzato solo per lui.

No. Ancora una volta la misera prospettiva umana prendeva il sopravvento. Non c’era alcuna spiegazione finale, doveva smetterla. Lei non esiste. È solo un’astrazione, è colpa della natura umana, dell’uomo che si sente speciale perché è sapiens, perché sa. Sa di dover morire. Ma la morte l’ha inventata lui. Perché dovrebbe essere proprio lui il fine ultimo di tutto questo?

Lei mi colpì con l’abat-jour e scappò fuori dalla casa, nuda com’era. Io mi vestii più che potevo, prima di seguirla.

Rintracciai i suoi passi nella neve, non riusciva a muoversi velocemente con i piedi scalzi.

Cercava di correre, sul limitare di uno strapiombo. Non aveva speranze di sfuggirmi, non avevo bisogno di lanciarle un sasso.

Lo feci ugualmente.

Il sasso la colpì in testa, lei cadde nello strapiombo. Mi affacciai e scorsi solo la sua chioma, nella neve.

Stava immersa a faccia in giù, immobile. La osservai a lungo.

Non è un caso che sei ore fa abbia visto quel film.

Avevo creduto di osservarla a lungo. Saranno stati trenta secondi, invece.”

Posa la penna e si alza dal tavolo. Ha bisogno di mangiare. Apre il congelatore, prende una testa avvolta in un sacchetto di plastica e la mette a scongelare sul termosifone.

Meno sei.

La busta sgocciola rosso. Plic. Plic. Plic. Quel rumore incessante è deleterio, corrosivo. Prende il quotidiano che ha comprato al mattino (era il giorno prima, ormai): in prima pagina nessuno parla degli annunci di morte. Perché? Forse si è trattato di isteria collettiva ed ora ci ignorano per guarirci, pensa lui.

Lo sterminio delle prostitute fermato dalla bufera di neve.

Così recita il titolo di un articolo. Per una volta i giornalisti ci sono andati davvero vicini alla verità. È così, la bufera di neve mi ha fatto passare la voglia di cercare altre puttane rosse da scopare e ammazzare. Ma non ha placato l’altro serial killer, c’è stata un’altra vittima.

Non ha placato lei.

Potrebbe trovarmi nella bufera e uccidermi, ne è capace, così come è stata capace di sopravvivere, nuda, nella neve, nella lunga notte polare artica.

Ho paura. E freddo.

Me ne sto rannicchiato, avvolto nel plaid, sulla poltrona davanti alla televisione. Tempesta di neve sullo schermo, come fuori.

Come dentro di me. Tremo spasmodicamente, nell’ultima settimana non sono uscito nemmeno a far rifornimento di provviste. Né a sbarazzarmi del cadavere dell’ultima puttana che ho ucciso, sei giorni fa. Avendo finito l’acido, l’ho dovuta squartare e distribuirne i pezzi nel congelatore e nel frigo.

Quelli conservati in frigo, ovviamente, li ho dovuti mangiare per primi.

TOC TOC.

Sollevo la bocca dal fiero pasto, e urlo verso la porta.

– Chi è? – la voce mi esce più stridula di quanto vorrei.

La serratura salta con un colpo, poi un altro colpo e la porta si spalanca.

Lei appare sulla soglia, vestita di pelliccia bianca, i capelli fulvi si agitano nella luce appannata.

Entra impugnando una pistola di grosso calibro, munita di silenziatore.

– Sei..tu? Cioè…lei?

Sorride. Anzi, sogghigna.

– Se speri di avere una spiegazione finale, ti illudi. Non ti dirò un bel cazzo di niente.

– Che significa? Non mi hai tenuto d’occhio per tutti questi anni? Non hai imbastito tutto ciò per farmi provare il vero terrore, per vendicarti? Hai orchestrato ogni cosa, gli annunci di morte degli ultimi mesi, i caduti e i salvati, tutto quanto…non è così?

– Puoi piagnucolare fino a domani, frocetto – sogghigna, sollevando la grossa pistola – come ci si sente a essere quello debole e senza il cazzo?

– Parla!

Per tutta risposta mi spara a una gamba.

– No! Aspetta…mancano ancora delle ore allo scadere del termine…

Questo non significa niente per lei. Non ha orari, la vita non ha uno scadere preciso. La vita è infinita. Infatti, anche se mi ha sparato, io sono ancora qui a scrivere il resoconto della mia morte.”

Meno tre.

Si sveglia nel letto d’ospedale, quello del sogno.

Il dottore (sempre lo stesso) gli dice che l’operazione è andata bene, mancano solo due teratomi da asportare e poi sarà libero.

Lui non capisce. Perché lo stanno curando? È stato lui (non lei) a uccidere tutte quelle persone, a organizzare tutta la faccenda delle morti programmate. L’ultima morte doveva essere la sua, perché è sopravvissuto?

Signora, va tutto bene?, chiede il medico.

Signora!? (io sono…lei?).

Signora, le abbiamo asportato otto teratomi, ne mancano solo due e poi potrà vivere normalmente. Non avrà più quelle orrende visioni di morte.

No, non li chiami così (ora comincia a ricordare)…li chiami feti, piuttosto. Sono i miei bambini, dopotutto…(che conclusione ridicola, ho immaginato tutto? No, era reale…erano le loro vite non vissute…)

Signora, tecnicamente sono i suoi gemelli, non i suoi figli…e comunque vedrà che rimossi gli ultimi due…teratomi (li chiami così, è meglio) starà benissimo.

Se proprio dovete eliminare questi…mostri (perchè questo significa teratoma in fondo), allora non ne mancano due. Ve ne mancano tre.

Qual è il terzo, mi scusi?

Io. Il terzo sono io.

Zero

Si sveglia, e non è più nessuno.